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Il Matrimonio di Andrea
“Congiunzione nel giardino di Dio”
di Leido Petrucci
Bimbi, se state boni, vi racconto la storia di Sebastiano eremita di cala Martina! Sì, sì.
Quel giorno la primavera esplose con tutti i suoi colori, era incredibilmete bella e profumata. Sebastiano, decise di passare un momento a cala Martina, dove la macchia
mediterranea cala a picco sul mare e racchiude una nicchia di spiaggia dalla sabbia bianchissima.
La luce era alta, appartata in solitudine, c’era una ragazza, chiese cosa facesse tutta sola.
Sembrava la primavera, quanto era bella, una parola tirava l’altra, tanto da non accorgersi che il sole stava per tramontare. Quel giorno segnò gli altri, fu un susseguirsi di incontri, erano felici in quel fazzoletto di spiaggia. Passavano il tempo con le mani nelle mani, disegnando la strada della vita.
La piccola spiaggia li vedeva immersi nei sentimenti, seduti sulla sabbia guardavano il mare piatto e parlavano del loro passato come sfogliare un diario, poi arrivarono a loro e ad un tratto lei mormorò: sei innamorato! Sebastiano rispose di non saperlo, ma sapeva benissimo che stava mentendo. Lisa era una bella ragazza, altezza circa uno e sessantatre, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, un azzurro intenso, il tutto su di un corpo mozzafiato. Inesorabile il tempo passava, come prendersi gioco di loro, e presto, Lisa sarebbe dovuta tornare al nord, dove laspettava il quinto anno di liceo.
La loro mente passeggiava nell’abirinto dei pensieri, all’improvviso, in una di queste passeggiate, le labbra di Lisa; pronunciarono la frase che mise tristezza a Sebastiano:“Domani torno a casa!” si tolse un bottone dalla camicia bianca porgendoglielo nella mano come ricordo; lui, preso di sorpresa, con un poco dimbarazzo colse i suoi fiori preferiti, le viole che ancora abbondavano lungo via primavera, dandosi appuntamento al prossimo anno. Erano trascorsi pochi giorni, dalla sua partenza, e qualcosa turbava la mente di Sebastiano; infatti, una notizia terrificante giunse a lui; la notizia diceva che Lisa, durante il rientro con i suoi, in auto, fu coinvolta in un incidente causato dalla nebbia, fra le decine di vittime, cera anche il nome di Lisa. Sebastiano si sentì morire dentro, imprecava contro quel giorno di primavera, che non sarebbe più tornato.
Con la morte nel cuore, gli occhi spenti, iniziò a vagare per le vie senza meta in totale confusione fra la gente che lo guardava stupita come fosse un alieno. Parlavano di lui come un ragazzo schivo e finito. I giorni passavano tristi e così gli anni. Sebastiano ormai vecchio, ritenuto privo di risorse e abbandonato dalla buona sorte, con i capelli bianchi, il viso rugoso solcato da gocce di lacrime piene di rabbia e solo, si ritirò come eremita a cala Martina, dove un tempo lontano, ogni giorno era primavera. Si era stabilito in una capanna, sotto un’antica cuerce, scoperta una cinquantina anni prima, durante le numerose passeggiate con la sua primavera.
Viveva in compagnia di Oreste, il barbagianni, che prima del vecchio, aveva occupato la capanna. Con Oreste parlava di quel giorno, ed egli approvava con i movimenti della testa. Mangiava funghi, frutti di bosco e quando andava bene, qualche pesce che restava intrappolato nelle nasse di legno. Alla strana coppia, si era unito un volpacchiotto, compagno inseparabile di camminate nel bosco. Attila, la volpe: ormai cresciuta! ricambiava l’affetto di Sebastiano, portandogli qualche selvaggina. Finalmente, aveva due amici e non quelli sfusellati del paese che lo prendevano in giro. Le giornate si allungavano, Attila era sempre più assente, Sebastiano pensò volesse lasciare la compagnia, forse era giusto così, in fondo la sua natura erano gli spazi liberi della foresta, con i suoi profumi selvaggi. Era tempo di asparagi; Attila mancava da qualche giorno; aveva fatto la scelta; commentava l’eremita con Oreste il barbagianni.
Ad un tratto, udirono diversi guaiti, era Attila con tutta la sua famiglia al seguito. Ci fu festa nella capanna, con strusciamenti, leccate ai pantaloni sporchi, strappati. Per la prima volta, sul viso rugoso comparve un sorriso. Attila non gli faceva mancare il cibo e così diventarono grandi in fretta. Nella zona erano temuti da tutte le altre bande di monelli, furono soprannominati denti aguzzi. Portavano terrore nei pollai e quando si spartivano il bottino, besticciavano fra loro. Queste scorribande preoccupavano Attila Sebastiano e Oreste barbagianni, perchè temevano la vendetta dei contadini; vendetta che non si fece attendere, infatti, nella notte un colpo di fucile rimbombò proprio in direzione della zona denti aguzzi. Al rientro mancava il più piccolo della cucciolata, tutti, pensarono al peggio, ma Oreste dall’alto del suo trespolo, con una vista senza uguali, strillò: eccolo eccolo, si sprecavano leccate, strusciamenti e morsi d’affetto.
Tutto si stava normalizzando, la banda cessò le scorribande, e nella foresta tornò a regnare il silenzio. Nelle notti l’eremita con le scarpe rotte, in compagnia dei suoi amici, faceva delle passeggiate fino all’altra cala, distante poco più di un kilometro. Durante le camminate aveva dei punti stabiliti dove siedeva per riprendere fiato. In alto, la luna triste si specchiava sul volto tremante di Sebastiano seduto pensando al passato che non ritorna. Dopo essersi riposato un po’, con la malinconia nel cuore si rimetteva in cammino con tutta la compagnia verso la capanna, perchè cominciava a fare freddo. Il vento del nord soffiava forte sugli alberi, spogliandoli di foglie ingiallite dal gelo. La tempesta durò tutta la notte, al mattino una calma inconsueta risveglio tutti, con meraviglia i volpacchiotti scoprivano per la prima volta la neve. La piccola spiaggia diventò il centro dei giochi per i giovanotti di Attila; li rincorrevano e a tradimento il piccolo del gruppo, mordicchiava tutti.
L’inverno sembrava non finire, ma una mattina, il cinguettare degli uccelli, segnalava un cambio di stagione e per il gruppo denti aguzzi, ormai autosufficenti, era giunto il momento di lasciare la capanna e così i tre amici erano rimasti soli. Nuovamente la primavera rallegrava tutti i cuori, ma non quello di Sebastiano che sembrava stare male. Seduto sulla sabbia a guardare il mare, con la mente lontana diceva i suoi pensieri al vento occupato a giocare con la lunga barba bianca come farebbe un bambino.
Nonostante le gambe non lo portassero più, aveva sempre voglia di passeggiare da una cala all’altra, però questa volta arrivato ha metà strada dovette tornare in dietro. Qualcosa non andava nell’uomo, lo addeboliva un dolore al torace. Sapeva che era giunto il suo momento, così il vecchio dal volto rugoso segnato da lacrime e dal tempo che non aveva mai conosciuto la felicità, un giorno mentre il tramonto faceva l’occhiolino: chiamo a se i suoi due amici. Sdraiato sul pagliccio di foglie verdi, parlava per l’ultima volta a Oreste intento a pettinargli la barba bianca con il becco, dall’altra parte, Attila asciugava le sue lacrime. Con fatica riuscì ad infilare la mano nella tasca, la fatica di quel movimento era costato caro perche non riusciva più a ricomporsi, allora Attila la volpe, con la bocca tirò fuori la mano posandola sul torace, nel palmo stringeva un bottone bianco avvolto in un fiore secco di viola. Con la forza della disperazione è riuscito ad aprire la mano emettendo l’ultimo respiro sorridendo, in quel momento tutto intorno la capanna si alzò un profumo di viole. Lisa era lì, era venuta a prenderlo, ora due anime felici camminavano mano nella mano dove ogni giorno è primavera.
Dei due amici non si seppe più nulla, però fra gli animali di cala Martina, girava voce che, distrutti dal dolore, si sarebbero lasciati morire accanto al loro amico.
Oh bimbi, oh che vi siete addormentati e io a chi lo raccontata la storia. Sebastiano si era congiunto a Lisa nel giardino di DIO, un luogo magico al di fuori di ogni immaginazione, dove non esiste tristezza, invidia e sfusellati. Le due anime camminano mano nella mano nella strada dei bottoni bianchi soffici come la neve, ovunque abbondano le viole e il creatore si divertiva a spargere il profumo per tutto il giardino. Forse all’inizio era così anche sulla terra prima che l’uomo la riducesse a una pattumiera pensavano i due. Al piano di sotto udivano vari peccatori lamentarsi e rimpiangere di aver condotto una vita terrena lussuosa ridicolando gli umili come Sebastiano e Lisa circondati da farfalle multicolori.
Il giardino brulicava di una multitudine di animali, l’allegria contagiava tutti, ad un tratto l’immenso si accorge di un barbagianni e una volpe in solitudine, sono Oreste e Attila amici inseparabili con Sebastiano di cala Martina. Lui che tutto capisce indica loro una via lungo un ruscello con l’acqua limpidissima giocherellona fra i sassi. Incontrano tutta la comunità della piccola cala, persino il vento che faceva il bambino con la barba bianca di Sebastiano. I tre si fermano a parlottorale, al vento gli sembra di aver incontrato nella valle due anime mano nella mano, circondati da farfalle, lucciole lampeggianti e tanti animali al seguito. Ma siccome nel giardino di DIO è sempre primavera, e tutti tornano ai migliori anni, non so se sono coloro che cercate, dice ai due cercatori mentre riprende a soffiare per un’altra meta. Oreste appollaiato su di un alto eucalipto, scorge in lontananza l’oceano,
“Seguendo il fiumiciattolo dovreste arrivarci in breve tempo!”,
dicono le trote in coro. Lungo il corso d’accqua fanno varie soste per la curiosità di Attila, scherzoso con le ranocchie canterine fra i giunchi lungo le sponde.
Placata la curiosità di Attila finalmente arrivati all’oceano, si fermano a guardarlo ammirati, Era fermo, immobile, guasi dicesse camminatemi sopra, d’un colore blu, blu brillante, l’aria profumava di salsedine, un’aria così pulita da fare male le narici. La sabbia bianca sembrava suonare al loro passaggio, le conchiglie intonavano una canzone di gioia raccogliendo gli applausi dei granchi schierati sui cucuzzoli di sabbia. Avrebbero voluto trattenersi ancora al concerto improvvisato, ma la strada era lunga per arrivare nella grande pianura, dove il vento aveva segnalato due anime culo e camicia. La notizia di due nomadi in cerca dell’amico, si era diffusa in tutto continente del Signore. Una testuggine presente fin dal principio, chiamò a sè i viandanti e con voce grossolana dice:
“Provate a sentire il segretario alla recepsion si trova all’entrata della costellazione dell’acquario è un tipo serio e sospettoso, teme l’infiltrazione di anime impure alleate del cornuto!”.
Impavidi aggirano lo scoglio della sirena, e dal mare di nuovo verso l’interno fra splendide vallate, fiori, piante e tanti accompagnatori in versione turistica.
Finalmente si trovanano a consultare il segretario, dandosi molta importanza del ruolo ricoperto li fa salire sulla slitta trainata da renne. Un campanello suona dolcemente annunciando di essere a destinazione, la calca di tante anime impediva di riconoscere chiunque ma una voce si alzava più di tutte e diceva:
“Amici, amici siamo qua, qua!”.
La felicità di essersi ritrovati traspariva dalle lacrime di tutti, ora Sebastiano, Lisa, Oreste, e Attila sono felici in simbiosi con la natura senza competizione, senza prepotenza con la speranza che anche sulla terra venga la metamorfosi come nel giardino di DIO, un luogo dove ognuno può dare un senso alla propria esistenza.
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29/03/2012
Biodanda la Terza etá, ogni giovedî dal 29 Marzo al 31 Aprile a Pisa